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    Michele De Carlo

    Foto Michele De Carlo  (1802-1866)


    Il Fascio Lucano del 31 maggio 1866 riportava l’annuncio della morte di Michele De Carlo, il Tirteo della Lucania, aviglianese di nascita.
    Divoratore di libri, appassionato allo studio dei classici, il De Carlo ammalatosi giovanissimo di tisi, si trasferì alcuni mesi in una deliziosa tenuta campestre in località Frusci dove si ristabilì in salute.
    Nel 1824 all’età di 22 anni affrontò a piedi il viaggio da Avigliano(Pz) a Parigi; qui si trattenne ben poco percchè sentì forte la nostalgia della sua famiglia e della sua terra.
    Prima di raggiungere Avigliano, sostò in alcune Accademie private in Toscanae in Lombardia per dare saggio della sua poesia estemporanea: ovunque raccolse applausi e consensi.
    Avvocato di professione, si dedicò contemporaneamente agli scritti letterati in cui forte emerge la sua passione civile, l’amore per la natura, per Dio, per l’arte, per la vita nel suo quotidiano alternarsi di gioia e dolore.
    A testimoniarlo sono i componimenti di vario genere raccolti postumi nel volume "Poesie inedite" stampato a Melfi nel 1895 da Antonio Luccioni Editore.
    Sempre attento agli avvenimenti della vita politica del suo tempo, il De Carlo seppe rendersi interprete dei sentimenti patriottici componendo canti che risvegliavano negli animi l’orgoglio nazionale.
    La fine del brigantaggio e la morte di Ninco Nanco - brigante aviglianese - sollecitarono il De Carlo che ricopriva all’epoca la carica di Sindaco del Comune di Avigliano, a comporre per l’occasione, l’originale acrostico di seguito riportato:

     

     

     

    Ero e non son più, di sangue intriso
    Corsi i campi ove sorge il Sacro Monte
    Col ferro, il fuoco, lo sterminio e l’onte
    O’ l’uman diritto e quel di Dio deriso.

    Nessun mi guardi con pietade in viso
    Il nome di Cain mi bolle in fronte ;
    Non rispettai del mio battesimo il fonte;
    Crudel mi son su cento tombe assiso
    Or del Carmelo la Patrona e Diva,

    Non più soffrendo la mia fausta sorte,
    Arcano, ausilio ad AViglian largiva;
    Negar non posso che Colei può molto,
    Che al di qua di quel Monte ebb’io la morte.
    Oltre quel Monte è mio fratelsepolto.

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